” “La “logica del risultato a ogni costo” ha prodotto una vera e propria “mutazione antropologica” nelle tecniche di procreazione assistita, passate da benefiche “cure della sterilità” a “metodiche in varia forma sostitutive delle relazioni biologiche di paternità e maternità”. E’ il monito lanciato da mons. Livio Melina, docente di teologia morale e vice-presidente dell’Istituto “Giovanni Paolo II” della Pontificia Università Lateranense, nel corso della X Assemblea generale della Pontificia Accademia per la vita, in svolgimento in Vaticano (fino al 22 febbraio) sul tema “La dignità della procreazione umana e le tecnologie riproduttive: aspetti antropologici ed etici”. “Quando la scienza biomedica – ha fatto notare il teologo – interviene negli aspetti propriamente umani della vita non può limitarsi a considerare solo le dimensioni tecniche di efficienza dell’atto, ma anche quelle propriamente personali che ne determinano la sostanza etica”, se non vuole trasformarsi in una “logica che deforma l’umano, al di là delle intenzioni originarie che l’avevano motivata”. E’ il caso, per il relatore, dell’intervento della medicina nell’ambito della procreazione, iniziato “sotto l’egida di una benefica ‘cura della sterilità'” e giunto a “predisporre metodiche in varie forme sostitutive delle relazioni biologiche di paternità e maternità”: dalla fecondazione artificiale (omologa o eterologa) alla donazione di ovulo o di embrione, dall'”utero in affitto” alla clonazione, con cui “si tenta di applicare anche all’uomo tecniche di produzione di embrioni, a prescindere dall’unione di gameti sessuali e quindi addirittura dal contributo di due persone di sesso diverso”. No, dunque, alla logica del “risultato ad ogni costo”, sì invece alla paternità e alla maternità come “dono” e frutto dell’atto coniugale.