MARE: QUINDICI LAVORATORI “CONDANNATI A MORIRE” NEL PORTO DI AUGUSTA SENZA RETRIBUZIONE

Quindici uomini di nazionalità greca, pakistana e siriana vivono da 45 giorni su una nave nella rada di Augusta, e sopravvivono solo grazie all’intervento della locale Stella Maris. Sbarcare comporterebbe una denuncia per “abbandono di nave”, la perdita dello status di marittimi che li renderebbe “clandestini” per la legge italiana, ed infine la perdita del diritto ad essere retribuiti. A segnalare il dramma dei 15 marittimi, come capita spesso a causa di armatori senza scrupoli, sono il direttore nazionale dell’Apostolato del mare, don Giacomo Martino e il cappellano del porto di Augusta, don Giuseppe Mazzotta. I 15 uomini, spiegano, “hanno scelto di lasciare il loro Paese per dare da vivere alle loro famiglie. L’agenzia di reclutamento marittima riscuote una tangente di 4000 dollari, per pagare la quale i marittimi contraggono debiti, e promette l’imbarco su una nave nuova del 2001”. Nell’ottobre del 2003, raccontano, i 15 vengono invece imbarcati su una “carretta” del mare del 1967: la Flash: “Il 31 dicembre scorso la nave, con innumerevoli cambi di nomi, società e bandiera alle spalle, approda ad Augusta e viene fermata. La società armatrice si è resa latitante se si eccettuano alcune telefonate dell’armatore (o chi per lui) ai 15 marittimi, dal contenuto inequivocabile: ‘Rassegnatevi, perché morirete di fame!'”. Il carico della nave è l’unico mezzo che i marittimi hanno in mano per ottenere la retribuzione e il ritorno a casa ma i responsabili della nave si sono rivolti al giudice per poter procedere al trasporto su altra nave o la vendita del carico. Una eventuale sentenza affermativa costituirebbe la fine per i 15 uomini a bordo. “Nessuno sa fino a quando potranno resistere a causa del profondo stato di frustrazione e la scarsa sicurezza a bordo della nave” commentano i due sacerdoti. Anche gli operatori portuali e le forze dell’ordine si sono mostrati sensibili al problema.