"Prima ancora che nelle aule di tribunale il processo si è svolto sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi". E’ il commento rilasciato al Sir da Fausto Colombo, direttore dell’Osservatorio sulla comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, in merito alla sentenza del tribunale di Aosta che ha condannato, ieri, in primo grado, Annamaria Franzoni a 30 anni di carcere per l’omicidio di suo figlio Samuele, morto il 30 gennaio 2002 a Cogne. Una vicenda molto seguita dall’opinione pubblica, ma che secondo l’esperto, "l’informazione dei media non ha aiutato a capire bene". "Non è detto ha infatti dichiarato – che la copertura massiccia di un evento aiuti a comprendere tutto l’accaduto. Infatti, può accumulare anche fattori irrilevanti e confondere il lettore o lo spettatore. Senza dimenticare che in un processo indiziario ci sono delle ‘tecnicalità’ che sfuggono, spesso anche ai giornalisti, e non solo all’opinione pubblica. Le ricostruzioni della vicenda di Cogne passate nei giornali e nelle tv hanno risentito di questa grande massa di informazioni anche inutili. I vecchi approfondimenti giornalistici che cercavano di illustrare i pro e i contro erano molto meglio di quanto accade oggi. Tutti esprimono quello che pensano e a tutte le voci si da lo stesso peso". Nel caso di Cogne "abbiamo avuto a che fare con una gestione piuttosto accesa sia da parte dei media che dalle parti in causa nel processo. Ne sono un esempio i talk show che sono andati in onda sulla vicenda (Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, ndr.). Non sono la sede giusta per parlare di queste cose perché non si riesce mai ad articolare un discorso complessivo. Enfatizzano gli elementi emotivi e non aiutano a capire. Partecipare emotivamente ad una storia rispetto alla quale non sappiamo come schierarci, facendo una scelta di pelle, non è positivo". (segue)