TERRA SANTA: NOTA SETTIMANALE

” “Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. Sembra di essere sempre allo stesso punto. Tra la condanna della Corte internazionale dell’Aja, un nuovo attentato in Israele e la riaffermazione della volontà del governo israeliano di completarne la costruzione, la vicenda del muro in Terra Santa sembra riproporre la realtà di una tragica impasse. La necessità da parte di Israele di vedere garantita la propria sicurezza e il diritto del popolo palestinese ad uno Stato sembrano ancora una volta porsi in una contraddizione insolubile. “Non mi stancherò mai di ripeterlo ai responsabili di questi due popoli: la scelta delle armi, il ricorso, da una parte al terrorismo e, dall’altra parte, alle rappresaglie, l’umiliazione dell’avversario, la propaganda dell’odio, non portano da nessuna parte. Solo il rispetto delle legittime aspirazioni degli uni e degli altri, il ritorno al tavolo dei negoziati e l’impegno concreto della comunità internazionale sono suscettibili di condurre ad un principio di soluzione. La pace vera e duratura non può ridursi ad un semplice equilibrio tra le forze in presenza: essa è soprattutto il frutto di una azione morale e giuridica”. Sono le parole di Giovanni Paolo II al Corpo diplomatico, lo scorso mese di gennaio. Indicano una strada che resta di fatto l’unica percorribile per dare una soluzione definitiva ad uno dei grandi problemi degli ultimi decenni. Tanto più che la situazione nella regione appare oggi, dopo l’avvio di una amministrazione nazionale in Iraq, ad un punto di svolta cruciale. Moltissimi sono i problemi, la sfida del terrorismo internazionale resta altissima, come pure pesano gli errori della guerra e dell’immediato dopoguerra. Eppure la stabilizzazione nazionale dell’Iraq può rappresentare un modo concreto per saldare finalmente in un circolo virtuoso gli interessi degli Usa, delle medie potenze (dalla Russia al Giappone alla Francia passando per la Gran Bretagna, fino alla stessa Italia), quelli della comunità internazionale, intesa come Onu, e soprattutto quelli degli altri Paesi della regione, a loro volta sottoposti, in particolare l’Arabia Saudita, a tensioni sotterranee ma non per questo meno forti. Proprio la vicenda saudita dimostra d’altra parte come lentamente i nodi dell’assetto della regione stiano venendo al pettine. E come gli stessi palestinesi siano stati utilizzati nel corso degli anni spesso come semplice terminale di complesse strategie di Paesi arabi. Tenere aperto il fronte palestinese insomma poteva rappresentare una sorta di risorsa a disposizione di disegni complessi e non dicibili. Ma oggi è necessaria una svolta. Sennò la partita rischia di sfuggire di mano, moltiplicando le sofferenze soprattutto per i più deboli.