"Da un punto di vista etico, la scelta di due genitori portatori sani di talassemia di procedere ad una gravidanza è un gesto carico di responsabilità: si calcola che il figlio potrebbe essere sano nel 25 % dei casi, malato nel 25%, portatore sano nel 50%. Davanti a questo rischio si dovrebbe valutare con molta attenzione se il desiderio di avere un figlio sia da promuovere o da vivere in un altro modo". E’ l’opinione del teologo moralista Marco Doldi sulla vicenda dei coniugi di Catania, entrambi portatori sani di talassemia, che dopo aver fatto ricorso alla fecondazione assistita, hanno chiesto la diagnosi pre-impianto degli embrioni; richiesta bocciata dalla sentenza di un giudice. "Purtroppo molti ritengono di avere diritto ad un figlio e pertanto vanno avanti afferma Doldi in una nota che sarà pubblicata sul Sir in uscita domani, da stasera on line su old.agensir.it -. Il figlio, poi, deve essere sano, perché altrimenti una vita malata non avrebbe valore nel nostro mondo egoista". Di qui il tentativo di ricorrere, dopo la fecondazione in vitro, alla diagnosi sugli embrioni ottenuti per "scegliere, eventualmente, quello sano per procedere all’impianto in utero. Questa precisa Doldi – si chiama selezione embrionale e comporta la distruzione degli embrioni malati". Una pratica, chiarisce, vietata dalla recente legge sulla procreazione medicalmente assistita, "che prevede che durante l’iter per giungere alla fecondazione artificiale la coppia possa recedere e ritirare il proprio consenso", ma "non dopo il concepimento". Il teologo invita inoltre ad una riflessione sul ruolo dell’équipe medica che, sottoponendo la questione al giudice, "si è rifiutata di compiere la selezione embrionale". "Perché si chiede – non ci si occupa mai dei non pochi medici, che ritengono loro preciso dovere porsi dalla parte dei più deboli, come appunto sono gli embrioni?".