” “La “vera compassione”, ha proseguito il Papa, “promuove ogni ragionevole sforzo per favorire la guarigione del paziente”, ma “al tempo stesso aiuta a fermarsi quando nessuna azione risulta ormai utile a tal fine”. Di qui il “rifiuto dell’accanimento terapeutico”, che “non è un rifiuto del paziente e della sua vita”; ha precisato il Papa, poiché “l’oggetto della deliberazione sull’opportunità di iniziare o continuare una pratica terapeutica non è il valore della vita del paziente, ma il valore dell’intervento medico sul paziente”. “L’eventuale decisione di non intraprendere o di interrompere una terapia ha ricordato, infatti, il Papa sarà ritenuta eticamente corretta quando questa risulti inefficace o chiaramente sproporzionata ai fini del sostegno alla vita o del recupero della salute”. La “necessità della cure palliative”, secondo il Pontefice, “è evidente soprattutto nella fase della malattia, in cui non è più possibile praticare terapie proporzionate ed efficaci, mentre si impone l’obbligo di evitare ogni forma di ostinazione o accanimento terapeutico”. Per quanto riguarda l’uso dei farmaci nelle cure palliative, il Santo Padre ha sottolineato che “mentre non si deve far mancare ai pazienti che ne hanno necessità il sollievo proveniente dagli analgesici, la loro somministrazione dovrà essere effettivamente proporzionata all’intensità e alla cura del dolore, evitando ogni forma di eutanasia quale si avrebbe somministrando ingenti dosi di analgesici proprio con lo scopo di provocare la morte”. In vista di questo obiettivo, Giovanni Paolo II ha incoraggiato “la formazione di specialisti delle cure palliative, in particolare strutture didattiche alle quali possono essere interessati anche psicologi e operatori della pastorale”.