” “Pubblichiamo l’editoriale Sir di questa settimana. Era probabilmente già uscito di scena nel 2000, al momento del fallimento del secondo Camp David, sul finire della presidenza Clinton. Rifiutato l’accordo, Arafat era stato messo alle corde dalla vicenda della seconda Intifada e, poi, in modo ancor più grave dal “post 11 settembre”. Bush lo aveva liquidato come interlocutore non attendibile, anche sotto la spinta del suo tradizionale “nemico”, il premier israeliano Sharon. Eppure, al momento della scomparsa, Arafat è soprattutto l’uomo del primo Camp David, della prospettiva, finalmente concretizzatasi, della creazione di uno Stato palestinese che possa vivere in pace, in Terra Santa con lo Stato di Israele. Già, perché Arafat, dopo decenni di guerra e di guerriglia, lo Stato israeliano lo aveva riconosciuto, ottenendo un impegno da parte della comunità internazionale per dare vita ad uno Stato palestinese. Non è un caso che sia il messaggio del Papa al presidente del Consiglio legislativo palestinese, Rawhi Fatuh, sia la dichiarazione del portavoce vaticano, dopo aver reso omaggio alla memoria del presidente Arafat, definito dal portavoce “leader di grande carisma”, si concludano sulla prospettiva (e sulla preghiera) per “la pace alla Terra Santa, con due Stati indipendenti e sovrani, pienamente riconciliati tra loro”. Di fronte a questo obiettivo, che rappresenta oggi, anche in relazione alla guerra in Iraq, una delle grandi priorità della politica internazionale, la morte dell’anziano leader rappresenta una soluzione di continuità che, accanto a numerose incognite, permette di intravedere anche nuove prospettive. È su queste che merita scommettere. Certo le nuove generazioni sono radicalizzate. È qui che l’aberrante fenomeno del terrorismo suicida ha il suo bacino di reclutamento. Eppure nessuno può oggi augurarsi che all’interno della Palestina prevalgano disperate pulsioni estremistiche. Oggi è proprio il momento di fare ogni sforzo per costruire equilibri politico-istituzionali nuovi, nella prospettiva della pace. La sfida è evidentemente prima di tutto per la nuova amministrazione Bush, all’inizio del secondo mandato. Il “comandante supremo” sa che deve innanzitutto sapere “vincere la pace”. Che è anche l’interesse dell’altro “grande vecchio”, il premier israeliano Sharon, dopo decenni di guerra più o meno guerreggiata. C’è un’immagine poetica nel messaggio del Papa, quando prega “il principe della pace che la stella dell’armonia possa presto brillare sulla Terra Santa”. Oggi sembra aprirsi una “finestra di opportunità”, nuova anche se non inattesa. Occorre profittarne il più presto possibile, prima che il “partito della guerra”, trasversalmente presente e irrobustito da anni di successi, non provveda a richiuderla. Senza dimenticare i diritti e il futuro della comunità cristiana in Terra Santa, una presenza essenziale, oggi a rischio estinzione, da tutelare con ogni mezzo da parte di israeliani, palestinesi e comunità internazionale.