Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana – Votano gli Stati Uniti, ma si decidono anche gli indirizzi della politica mondiale. Particolarmente significativa nelle dimensioni assolute (ha avuto la quantità maggiore di voti nella storia elettorale americana), la vittoria di George W. Bush, ancorché nella sostanza attesa, è prima di tutto quella della continuità nella "guerra al terrorismo". Poco compresa dall’Europa, è l’asse della politica americana, al di là della vecchia polarizzazione isolazionisti / interventisti. Ha i contorni di un impegno globale, proiettato verso l’esterno, ma anche (e soprattutto) verso l’interno, sui valori americani tradizionali.
Molti errori sono stati fatti dal "comandante supremo" nella gestione della guerra. Probabilmente il secondo mandato li attenuerà. Bush dovrà uscire dal tragico groviglio iracheno e dovrà mettere mano alla questione della Terrasanta. Sarà necessario, in questo duplice e connesso impegno, recuperare un apporto "multilaterale", senza nulla concedere alla lotta senza quartiere al terrorismo internazionale. Questo vale in particolare nelle relazioni con l’Europa, la cui opinione pubblica (e la maggioranza dei suoi governanti) avrebbe appoggiato lo sfidante democratico. Anche per motivazioni di carattere politico-culturale. E qui sta forse il punto essenziale. E possono generarsi equivoci.
La tornata elettorale americana oltre la scelta tra Bush e Kerry prevedeva infatti molte altre consultazioni, tra cui diversi referendum su questioni etico-politiche. Spiccano quelli particolarmente significativi sui matrimoni omosessuali, che sono stati respinti con un vero e proprio plebiscito popolare. Ora la domanda (non retorica) che si pone a questo proposito è la seguente. Questo voto è espressione di una ideologia "neocons" oppure un semplice riflesso di buon senso? Le etichette che anche per questa vicenda vengono utilizzate, rischiano di essere fuorvianti, ancorché funzionali a definire gli schieramenti politici. Quello che conta è la sostanza delle cose. Cioè un chiaro emergere dei tradizionali valori occidentali (famiglia, persona, religione, responsabilità), nella loro sostanza di punti di riferimento concreti. C’è insomma fame e sete di cultura e di valori in questo orizzonte postmoderno. E la politica e la cultura europee dovrebbero maggiormente tenerne conto, per guardare al futuro e non al passato. Denunciare il rischio di una loro strumentalizzazione non può essere un alibi per annullarli nella melassa di un indifferentismo e di un relativismo disperanti.