Durante la presentazione del “Progetto One billion” il medico Salvatore Geraci, dell’area sanità della Caritas di Roma, ha raccontato alcuni casi riscontrati tra i 75.000 pazienti immigrati che dal 1983 sono passati per l’ambulatorio Caritas. “Ci accorgiamo che le persone sono state vittime di tortura o hanno vissuto in situazione di guerra solo occasionalmente, perché in genere non parlano ha detto -. Una ragazza slava, mentre stava facendo un elettrocardiogramma, ha cominciato a urlare: abbiamo scoperto che i fili elettrici le ricordavano le torture subite. Un ragazzo africano affetto da diabete è scoppiato a piangere quando gli ho chiesto se anche i genitori avevano la stessa malattia: erano stati uccisi entrambi durante il conflitto”. Storie come queste rischiano di ripetersi, purtroppo, un miliardo di volte. Per questo il progetto One billion mira innanzitutto “a sensibilizzare i governi sul problema e ad avviare dei piani di sviluppo e dei protocolli di attuazione nei vari Paesi”, ha precisato Oliviero Bettinelli, del settore pace e mondialità della Caritas di Roma: “Il nostro compito è anche quello di fare in modo che il tema della gravità delle ‘ferite invisibili’ diventi patrimonio della nostra collettività, dei ragazzi nelle scuole”. L’Organizzazione mondiale della sanità ha infatti riconosciuto ufficialmente, già nel 1980, l’esistenza del disturbo da stress post traumatico (Ptsd), che richiede consigli e assistenza medica. “Purtroppo molti Paesi poveri non hanno le risorse necessarie, le infrastrutture sanitarie né il personale preparato per assistere queste persone – ha spiegato Giovanni Muscettola, dell’Università di Napoli . Da qui l’idea di sensibilizzare i ministri della sanità e creare un minimo di servizi per intervenire, anche attraverso programmi educativi”.