"La cosiddetta clonazione terapeutica, che in genere viene più accettata dall’opinione pubblica, è paradossalmente quasi peggiore, dal punto di vista morale, di quella riproduttiva". A lanciare la provocazione è Antonio Spagnolo, del Centro di Bioetica all’Università Cattolica, commentando per il Sir la situazione di "stallo" venutasi a creare in questi giorni in sede Onu, dove due giorni di dibattito sulla clonazione non sono bastati a risolvere i contrasti tra i due schieramenti: gli Stati a favore della "messa al bando totale" di ogni tipo di clonazione (riproduttiva e terapeutica), appoggiati dalla Santa Sede, sono infatti 63 (tra cui l’Italia e gli Stati Uniti), mentre quelli favorevoli alla "clonazione terapeutica" sono 20, capeggiati dal Belgio (tra di essi Francia, Gran Bretagna, Giappone, India, Cina). Non manca, infine, il "partito degli indecisi", che alle Nazioni Unite comprende ben 110 Paesi che non si sono espressi sulla clonazione terapeutica, tra cui la Germania. "Se nel caso della clonazione riproduttiva spiega Spagnolo la clonazione, attraverso una modalità disumana, è finalizzata a dare la vita ad un individuo, nel caso della clonazione terapeutica si dà luogo alla creazione di un individuo che subito dopo viene deliberatamente distrutto, e dunque strumentalizzato in quanto essere umano, sia pure per dare una prospettiva terapeutica ad altre persone". Letta in questa prospettiva, commenta l’esperto, la clonazione terapeutica appare "paradossalmente di una gravità morale, se si può, peggiore di quella riproduttiva": di qui la necessità di "continuare a battersi per la proibizione totale di qualsiasi forma di clonazione, come la Chiesa fa da sempre", stigmatizzando come "immorale la creazione ‘ad hoc’ di un embrione, che è e resta sempre una persona umana, per qualsiasi finalità". Quanto all’utilizzo di cellule staminali embrionali, caldeggiato dai fautori della clonazione terapeutica perché "riduce al minimo o annulla possibilità di rigetto", Spagnolo fa notare che "i risultati ottenuti con cellule geneticamente compatibili, fino ad oggi, risultano ancora scarsi, rispetto a quelli ottenuti da cellule staminali adulte o provenienti da tessuti come quello del cordone ombelicale" ” ”