Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana dedicata alla riforma Costituzionale. E’ soprattutto la Lega Nord ad esultare pubblicamente per l’approvazione in prima lettura da parte della Camera della riforma della seconda parte della Costituzione. Le altre forze della maggioranza, ed in particolare i centristi, prendono atto degli accordi politici, indicando i rispettivi prossimi obiettivi istituzionali, a partire dalla legge elettorale, mentre le opposizioni unanimi rinviano al referendum confermativo, che già da ora appare il traguardo politico dell’intera vicenda.
In realtà non meno della cosiddetta “devolution”, uno dei tratti qualificanti della legge costituzionale appena approvata è il cosiddetto premierato, che innova sensibilmente la forma di governo. Senza che sia ben chiaro fino in fondo in quale direzione, con quali conseguenze: non è un caso che si utilizzino parole più o meno inglesi per qualificare i nodi della riforma.
Com’è stato nel più che decennale dibattito sulla riforma costituzione, il risultato riflette due elementi appunto di questa vicenda: l’enfasi sui modelli (e i riferimenti in particolare anglosassoni) e l’assemblaggio di posizioni e istanze diverse e contraddittorie. In realtà mettere mano ai meccanismi istituzionali è opera assai complessa e delicata, tanto più che nella lunga transizione del sistema politico sono soprattutto istanze politiche ad emergere. Che per loro definizione sono mutevoli ed aleatorie.
Forse è anche questo il motivo per cui, insieme con i tempi lunghi non solo dell’approvazione (duplice lettura parlamentare più referendum) ma anche della prevista attuazione (spalmata sul prossimo decennio) l’opinione pubblica ha seguito molto tiepidamente la vicenda. Si percepisce piuttosto, come si è visto anche alla settimana sociale, un serpeggiante senso di allarme e preoccupazione, insieme alla richiesta di vigilanza e discernimento.
L’impressione è dunque che, esaurito il rito delle bicamerali “bipartisan” o “multipartisan” (per restare nell’anglofilia un po’ fine a se stessa) il ritmo sincopato delle riforme e delle controriforme costituzionali decise a maggioranza non migliori le cose, accentuando uno stato di tensione istituzionale permanente di cui non si avverte alcuna necessità. A meno che l’operare a costo zero (o a costi comunque differiti) sui rami istituzionali non esima gli schieramenti contrapposti dal duro lavoro del buon governo, che, sia chiaro, riguarda tanto maggioranze che opposizioni.
Questo è il punto. In una situazione di incertezza, questo chiedono soprattutto oggi gli italiani. Tanto più che il quadro europeo e quello mondiale, proprio nella misura in cui accentuano il loro peso, implicano sempre più un sistema paese che funzioni, che sia coeso ed unito e per questa via sappia valorizzare al meglio le grandi risorse presenti nel corpo sociale.