IRAQ: NOTA SETTIMANALE

” “Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. I bollettini dall’Iraq restano tragici: al di là della mobilitazione sugli ostaggi italiani delle scorse settimane, è sulla quotidianità di sequestri, attentati, insicurezza, che cresce la preoccupazione. Tanto che con rinnovato vigore si discute oggi di exit strategy. Ci si interroga nuovamente, alla luce anche degli errori evidenti nella gestione dell’immediato dopoguerra, sulla fine dell’intervento militare alleato e sulla possibilità di dare vita ad un governo iracheno in grado di controllare il territorio, garantire la sicurezza, porre le basi della ricostruzione e dello sviluppo. Probabilmente occorre partire da qui. Occorre veramente costruire quello scenario di medio-periodo che quasi certamente è mancato agli strateghi dell’intervento militare. La caduta di Saddam Hussein resta un dato positivo per l’Iraq e per l’intera regione. E ci sono le potenzialità per costruire, nell’arco di dieci anni, uno scenario di pace e di sviluppo. Ma è sempre più chiaro ormai che questo obiettivo non può essere perseguito solo dalla superpotenza, senza concrete relazioni nell’area e senza un convinto supporto internazionale. I termini della questione insomma sembrano sempre più chiari. Una exit strategy “alla somala”, con il semplice abbandono da parte della coalizione dell’Iraq ad un destino di sangue e di guerra civile permanente, sarebbe una sciagura, addirittura un crimine. D’altra parte accompagnare la ricostruzione irachena richiede una disponibilità a medio termine di un insieme di soggetti e nello stesso tempo richiede un sano realismo diplomatico. Un passaggio essenziale saranno evidentemente le elezioni americane. Gli osservatori sono unanimi nel sottolineare che un secondo mandato di Bush avrebbe una connotazione assai più realistica sui grandi dossier della politica internazionale, abbandonando quelle tinte ideologiche neocons all’origine tra le altre cose dell’intervento in Iraq e soprattutto delle sue modalità. Anche lo sfidante promette una diversa gestione dell’intera questione. Su questa tonalità realistica è ritornata di recente la diplomazia vaticana, che sembra ancora una volta indicare una linea persuasiva ed equilibrata. È inutile riaprire il dossier delle responsabilità nella dichiarazione della guerra e nella gestione del dopoguerra. Occorre prendere atto della presenza di un governo provvisorio legittimato e fermamente intenzionato ad arrivare a libere elezioni ed assicurargli il massimo sostegno. Occorre favorire questo processo, anche con l’azione di polizia e di repressione, e soprattutto lavorare al medio periodo, senza lasciarsi travolgere dai bollettini sanguinosi del disordine attuale.