Solo una "cultura" della "resistenza" e del "coraggio" può dire ancora oggi una parola di "pace", di fronte a fenomeni come "terrorismo, guerra preventiva, kamikaze, rapimenti e uccisioni", che insanguinano il mondo. Ne è convinta suor Enrica Rosanna, sottosegretario per la Congregazione degli Istituti di vita consacrata, intervenuta oggi alla prima giornata dell’incontro promosso dalle Acli, a Orvieto (fino a domani), sul tema "Postglobal: religioni, generi, generazioni. Nuove sfide alla democrazia". Di fronte alla "notte" della storia che stiamo vivendo oggi soprattutto nel tragico scenario internazionale, ha detto la relatrice, "anche per noi cristiani è forte il rischio di rinchiudersi nella solitudine", mentre è sempre più urgente "restare" nella storia, "dalla parte della responsabilità che non delega, che non chiude gli occhi per non vedere". "La storia insegna che per contrastare fenomeni come il terrorismo e la criminalità la guerra è uno strumento inadeguato e privo di efficacia", ha proseguito Rosanna, precisando che la pace cristiana "non è pacifismo, è pace che inquieta, che disturba la vita, è frutto di lotta, di notti insonni, di ricerca sincera, quotidiana, di responsabilità". Di qui la necessità di "persone coerenti", in grado di "creare una resistenza culturale, etica e spirituale, cominciando a vivere una cultura della vita e della pace che non sia quella del mercato, un’etica diversa da quella della proprietà individuale e del contratto, un’etica della solidarietà e della condivisione quotidiana. Ma per fare tutto questo ha concluso la relatrice ci vuole coraggio, e coraggio ogni giorno. Ci vuole una cultura del coraggio".