La seconda “sfida” delineata dal decano del Collegio cardinalizio è quella di guidare la Chiesa verso una fede “adulta” che non segue le “onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.
“Quanti venti di dottrina ha aggiunto il cardinale – abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad
un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”.
“Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa ha proseguito il cardinale – viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.
La terza riflessione, tratta dal Vangelo, chiede alla Chiesa una “santa inquietudine”: “l’inquietudine ha spiegato il decano del Collegio cardinalizio – di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo”.
“Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri ha detto Ratzinger -, siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore”.