” “”Se fossi in Iraq mi opporrei, perché significherebbe cedere al ricatto. Ma non posso ignorare che lì i pericoli sono veri e concreti. I colleghi che stanno lasciando l’Iraq hanno dimostrato di non poter lavorare e di non poter fare niente. Con quello che sta accadendo, tra violenze, rapimenti e sequestri, la situazione è praticamente insostenibile”. E’ il commento rilasciato al Sir, da Ettore Mo, giornalista del Corriere della Sera e decano degli inviati di guerra, alla notizia che i giornalisti italiani stanno lasciando l’Iraq dopo l’allerta dei servizi di intelligence sul rischio rapimenti di giornalisti italiani. “Se sono tutti d’accordo nel lasciare il Paese non posso che condividere la scelta spiega Mo -. Quando, in passato, qualche volta sono accadute cose del genere il fronte dei giornalisti era quasi sempre compatto e si restava. Ma se li hanno convinti vuole dire che effettivamente i nostri colleghi hanno capito che non c’era più niente da fare. Ovviamente questo significa darla vinta ai rapitori”. Ad avviso del giornalista “il grosso rischio, adesso, è che l’informazione che riguarda l’Iraq venga garantita da giornalisti ‘embedded’ (‘incorporati’ alle forze armate della coalizione, ndr.). Questa guerra non potrà più essere raccontata, non ci sono più testimoni che a loro rischio, naturalmente, e con grande coraggio fanno il loro lavoro di reporter. Nessuno è più in grado di raccontare questa guerra”. A questo punto l’unica giornalista sul suolo iracheno resta Giuliana Sgrena de “Il Manifesto” rapita il 4 febbraio. “Sono ottimista conclude Mo – la macchina per liberarla è in moto. Spero che Giuliana torni presto tra noi”.
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