TEOLOGIA: MONS. BETORI (CEI), PER UN CRISTIANESIMO CHE "SAPPIA FAR VALERE LE RAGIONI DELLA FEDE ALLA MENTE E AL CUORE DEGLI UOMINI" (2)

Nella sua prolusione all’Università Cattolica, mons. Betori ha rinnovato l’invito alla comunità cristiana a trovare una profonda unità tra parola e testimonianza perché "i gesti non illuminati dalle parole risulterebbero ambigui e incapaci di trasmettere il mistero nella sua interna logica agapica e nella sua carica di senso". È questa – ha aggiunto il segretario generale della Cei – "una delle dinamiche oggi più difficili della comunicazione della fede. Non a caso nelle nostre comunità molte tensioni nascono sul terreno dell’opposizione tra le esigenze della contemplazione e quelle dell’azione, tra le ragioni della testimonianza e del servizio e quelle dell’annuncio".
"Il bisogno di nutrire la fede di verità – ha sottolineato mons. Betori – è oggi essenziale, se si vuole sfuggire alle ricorrenti tentazioni di risolvere l’esperienza di fede in una tensione religiosa vaga e nutrita solo di figure che scivolano nella mitologia e di imperativi legati ai cosiddetti valori etici". Poi, proseguendo su questa riflessione, il segretario generale della Cei, ha detto: "Non basta un cristianesimo che si mostra nella carità ma rischia di essere confuso con una qualsiasi agenzia sociale", occorre "rendere ragione" e "solo la comunicazione può assicurarlo. Anche questa è carità: è la prima carità, quella del Vangelo". È – ha detto mons. Betori usando un’espressione cara a Rosmini – "l’esercizio della carità intellettuale". "Accompagnare la comunicazione del Vangelo con una rigorosa riflessione teologica significa porre la fede al riparo dai pericoli del fideismo e del fondamentalismo, coniugandola con una ragione idonea a instaurare il dialogo a partire da un’appartenenza convinta irrinunciabile e, al tempo stesso, capace di interpellare gli uomini di tutte le culture". Quali sono le doti richieste per poter realizzare questa impresa? Innanzitutto – ha detto mons. Betori – "un profondo atteggiamento di umiltà e sobrietà da parte di chi insegna e studia la teologia", ma anche la consapevolezza che è sempre "nel silenzio, nella profondità del cuore che accade l’incontro che genera la fede, la sua comprensione e la sua comunicazione".