” “Don Castellucci si è poi soffermato sul tema della fecondità dell’impegno educativo: “Per essere preti dentro una Chiesa-monarchia assoluta ha detto – non c’è bisogno di educare, basta saper governare e comandare, scegliere gli esecutori giusti e avere chiari gli obiettivi” ha continuato. “Per essere dentro una Chiesa-democrazia non serve educare, basta tradurre in pratica le opinioni della maggioranza ed eventualmente riuscire ad influenzarla: essere insomma buoni coordinatori. Ma per essere preti dentro una Chiesa-sinodo, che è il modello emergente dal Vaticano II alla Novo Millennio Ineunte e a Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, è indispensabile saper educare, cioè trarre fuori dalle persone il buono, sostenerle, ascoltarle, accompagnarle all’incontro con Cristo risorto”. E dopo aver posto l’accento sul valore dell’educazione, il teologo ha posto l’accento sulla “scarsa attenzione, anche da parte dei cristiani, verso la dimensione quotidiana, feriale, normale dell’educazione alla fede e alla carità”. Tra le nuove sfide del sacerdote, don Castellucci ha indicato quella della vita comunitaria, tra i suoi vantaggi vi è la possibilità di una reciproca correzione che produce, pur passando attraverso una certa sofferenza, l’affinamento dell’umano”, e quella dell’uso della parola come strumento educativo. Il rischio che si corre è quello “dell’urlare la parola della verità e di calarla dall’alto sulle persone”. Perché, “l’arte di educare parte dal vissuto e conduce per mano verso la meta. Prima di tutto guarda alla situazione concreta della persona, la ascolta, ne coglie le risorse, e poi la accompagna verso la piena verità”. Infine l’incontro personale, inteso come accompagnamento spirituale: “Non basta più la catechesi di gruppo per formare il cristiano” ha concluso “è il rapporto personale la sede nella quale l’educatore più facilmente ascolta, legge il vissuto, trova il punto d’innesto del Vangelo”.