Andare a Messa la domenica non vuol dire "rinchiudersi nelle sagrestie", ma al contrario è un invito alla "coerenza" come "stile" del cristiano, capace poi di "uscire dalle mura della chiesa pronto a rendere ragione della speranza che abita i credenti". Lo ha detto mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari e presidente della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, intervenendo oggi al Convegno nazionale del Centro nazionale Vocazioni, in corso a Roma (fino a domani) sul tema: "Il dinamismo vocazionale dell’Eucaristia nel giorno del Signore. Come?". La celebrazione domenicale ha detto Cacucci rivolgendosi ai 750 partecipanti al convegno, provenienti da tutte le regioni d’Italia ha ancora oggi un "ruolo decisivo" nel portare chi non crede alla fede, senza contare i "tanti cristiani per i quali l’unica esperienza ecclesiale è la liturgia domenicale". La "coerenza con il dono ricevuto", ha ammonito però il relatore, "impegna il battezzato ad un nuovo stile di vita" che è molto "lontano" da "quel moralismo al quale si riduce, talvolta, l’agire del cristiano". A livello pastorale, vivere l’Eucaristia domenicale comporta quindi "la responsabilità di tutta la comunità, non solo dei sacerdoti o degli animatori liturgici": se non si vuole ridurre la parrocchia ad una "semplice stazione di servizi", è infatti la tesi di fondo del relatore, bisogna "puntare più in alto" della classica "preparazione" alla Messa della domenica, cercando ad esempio "momenti strutturali in cui giovani, adulti e anziani si ritrovino insieme" per abbattere "quegli steccati che a volte si innalzano nella comunità e che fanno d ella catechesi, della liturgia e della testimonianza della carità degli scompartimenti stagni e degli operatori pastorali una sorta di ‘delegati’ dei diversi ambiti".