L’accoglienza in comunità di donne tossicodipendenti con figli, oggetto dell’indagine presentata a Roma dal Cnca, costituisce una esperienza nuova, così come l’assunzione di farmaci durante il percorso terapeutico in comunità: “Quasi l’80% delle persone ospitate nelle comunità del Cnca (per un totale di circa 6 mila persone) riceve ha detto Riccardo De Facci, responsabile tossicodipendenze del Cnca – la somministrazione di uno psico-farmaco; il 60% di coloro che entrano arriva sorretto da un cosiddetto farmaco antagonista come il metadone: ciò ha costretto le comunità a rivedere il tradizionale approccio psico-pedagogico su cui si sono sempre fondate, per interrogarsi su come una integrazione specialistica di tipo farmacologico possa aiutare la persona nel suo percorso di recupero”. Ciò, ha proseguito De Facci, diventa tanto più evidente “nei casi di doppia diagnosi di dipendenza accompagnata da disagio psichiatrico, per evitare il rischio dell’effetto ping pong: guariti dalla dipendenza, si ricade nel problema psichiatrico e daccapo nella dipendenza”. Il passaggio a un approccio più prettamente socio-sanitario “non costituisce, però, una rinuncia alla metodologia pedagogica ma una sua riformulazione che richiede nuovi tempi di accompagnamento delle persone (maggiori dei 18-24 mesi di norma o anche più brevi, a seconda dei casi) e soprattutto l’ingresso in comunità di figure specialistiche come psichiatri, psicologi, medici e infermieri, oggi largamente presenti rispetto anche solo a 10 anni fa”.