” ““Progettare l’accoglienza; l’insufficienza di una politica immigratoria legata eccessivamente a quote che non riescono a soddisfare le richieste dell’imprenditoria e le esigenze sociali di assistenza ad anziani e malati; l’incapacità da parte delle istituzioni di dialogare con le organizzazioni di immigrati, affinché queste diventino una risorsa per la sicurezza del territorio; la falsa illusione che il carcere possa essere strumento di prevenzione della microcriminalità”. E’ quanto riaffermano le Caritas diocesane, dopo il convegno nazionale di Fiuggi, in un appello accolto e rilanciato dal Consiglio nazionale della Caritas italiana, riunitosi venerdì 17 giugno 2005. Riferendosi agli ultimi avvenimenti di cronaca in alcune città d’Italia, che presenta la clandestinità come problema della sicurezza, le Caritas propongono “una politica territoriale che aumenti la capacità degli enti locali, in particolare dei Comuni, di assumersi la responsabilità diretta nell’accoglienza e nell’integrazione; la revisione del sistema delle quote, nella consapevolezza che l’immigrato non è solo forza-lavoro, ma una persona alla quale vanno riconosciuti diritti come la salute, la casa, la famiglia; la ricerca di forme sempre più allargate di partecipazione degli immigrati alla vita sociale e politica, nel rispetto delle loro culture; il superamento del ricorso sistematico ai Cpt (Centri di permanenza temporanea), come risposta unica al problema della clandestinità, annullando di fatto qualsiasi progetto di vita; la possibilità di accedere a misure alternative sul territorio, come diritto, anche per i detenuti stranieri”. Respingendo, infine, qualunque tentativo di criminalizzazione della clandestinità e dell’immigrato le Caritas si impegnano “a continuare nell’opera di sostegno verso gli immigrati e le comunità in cui sono inseriti, favorendo una cultura di accoglienza e integrazione, unica seria risposta anche per la sicurezza sociale”.