"Nel momento in cui la tecnica interviene a modificare radicalmente il processo della trasmissione della vita, la nostra associazione avverte fortemente la necessità di difendere i diritti delle donne in armonia e non in antitesi con il diritto alla vita dell’embrione, con il diritto alla famiglia del nascituro": lo scrive Marianna Gensabella Furnari, consigliera nazionale del Cif (Centro Italiano Femminile) e professore associato di Bioetica all’Università di Messina, in una nota diffusa oggi dal titolo: "Quesiti referendari sulla Legge 40/2004. Il Cif fa appello alla responsabilità verso la vita a cui le donne sono chiamate". La docente aggiunge poi: "Se è vero che il passaggio attraverso il mezzo tecnico rende imperfetto, come leggiamo in ‘Donum vitae’, l’atto della procreazione, crediamo tuttavia che l’amore della donna che desidera fortemente un figlio … continui ad essere l’amore materno di sempre: che l’embrione non ancora annidato, in vitro, sia sin dall’inizio un embrione amato, che la donna già vede e sente come suo, che già riveste un ruolo da protagonista nel suo immaginario e nel suo simbolico". La prof. Furnari prosegue poi affermando: "A tale convinzione, non lontana dal vissuto di tante donne, si contrappone la concezione di un embrione "prodotto" dalla tecnica, come qualsivoglia "materiale", in quantità, in modo da non sottoporre la donna più volte alla fatica, al peso di produrlo di nuovo: "materiale" da accumulare per usi ulteriori, … da scegliere o scartare secondo la buona o cattiva qualità. Questa visione che oppone il diritto alla salute delle donne, visto solo come diritto a non sottoporsi a più trattamenti, e il diritto alla vita e alla dignità dell’embrione, ci sembra snaturi il senso profondo dell’esperienza della maternità".