CAPPELLANI DI BORDO: UNA QUARANTINA DI SACERDOTI A SOSTEGNO DELLA “DURA VITA” DEGLI EQUIPAGGI SULLE NAVI DA CROCIERA, SOLO NELLA CHIESA ITALIANA (2)

” “Per un sacerdote seguire i cattolici sulle navi è come guidare una parrocchia “sui generis”, che si deve adattare ai ritmi, alle esigenze e al continuo variare dei fedeli. Perché, anche se i primi destinatari dell’apostolato sono i marittimi – per i quali vengono organizzate, come in un qualsiasi centro pastorale, attività di “welfare” (di benessere), come tornei di calcio, spettacoli, proiezioni di film, corsi di formazione all’uso di internet e delle mail – nella maggior parte dei casi i cappellani sono letteralmente “tampinati” dai turisti sulle navi “ad ogni ora del giorno e della notte”. Don Giacomo Martino lamenta però “l’enorme differenza tra il trattamento riservato all’equipaggio e i lussi per i passeggeri”. “Il personale di bordo non può usufruire della piscina, partecipare alle feste, entrare nelle aree per i passeggeri – spiega -. Solo da pochi anni siamo riusciti ad ottenere il permesso di entrare in cappella”. Quella dei lavoratori di bordo, continua, “è una vita molto dura: solo una persona su mille ha scelto questo lavoro perché ama il mare. La maggior parte lo sceglie per necessità. Ma è costretto a stare mesi lontano dalla famiglia. Se gli italiani a volte riescono a fare ritorno a casa, gli stranieri sono destinati a stare sulle navi tutta una vita”. Le difficoltà sono dunque tante: “Potremmo fare una grande azione di denuncia pubblica – afferma -, ma abbiamo scelto di lottare dall’interno, chiedendo alle compagnie, che di solito ragionano solo sul profitto, di concedere delle tutele a questi lavoratori. Negli ultimi anni sono state tante le conquiste che abbiamo ottenuto, come le attività di ‘welfare’ consentite almeno ogni quindici giorni. Come Chiesa, anche se i vescovi fanno fatica a rendere disponibili sacerdoti per questo servizio, abbiamo il dovere di stare vicino alle difficoltà di queste persone”. Tra gli altri problemi da gestire c’è quello delle navi da carico abbandonate da armatori senza scrupoli e sequestrate nei porti, con i marittimi senza stipendio e tutele. “In Italia ce ne sono ancora due ferme da due anni a Napoli e una da un mese a Ravenna” conferma don Martino. Lo scorso anno, confida, “con i fondi dell’otto per mille abbiamo aiutato gli equipaggi di sei navi sequestrate, pagando le spese sanitarie e dei trasferimenti a 38 persone, che in questo modo sono riuscite a tornare a casa”.
” ”