BOLOGNA: MONS.CAFFARRA, “L’ETICA NELLE PROFESSIONI È POCO RISPETTATA. TROPPA AUTONOMIA O NORME INVADENTI”

” “Esiste un’etica nell’esercizio delle professioni? Secondo mons. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna “è necessaria una vera continuità fra identità della professione, ethos professionale, codice deontologico, legge civile”. Ma questa, osserva, è “un’articolazione assai delicata” che “è stata non raramente spezzata” verso “l’affermazione di un’autonomia senza regole o di una richiesta di norme giuridiche sempre più invadenti”. Lo ha detto oggi a Bologna intervenendo al convegno “Le professioni e il ritorno dell’etica” organizzato dai Rotary club di Bologna. Ad avviso di mons. Caffarra la parola “etica” è oggi “divenuta ambigua” perché ha due significati: “Il primo mette al centro il tema delle regole giuste; il secondo mette al centro il tema delle virtù che rendono buono l’agire”. “L’etica della giustizia e l’etica della virtù – ha osservato – si pongono oggi non raramente come alternative, almeno all’interno di quella ‘filosofia pubblica’ che influisce sui processi legislativi”. L’arcivescovo di Bologna non vede “come alternative le due ‘cifre’ del dibattito attuale, la giustizia e il bene”, perché ritiene “la giustizia una regione del bene”. “Ha senso parlare in modo serio di etica delle professioni – precisa -, solo se si ammette che ciascuna di esse ha una sua propria identità, definita dallo scopo per cui esiste. Esiste cioè un bene proprio di ciascuna professione”. Inoltre, “questa identità è da ritenersi intangibile da parte di qualsiasi autorità. E’ un aspetto particolare di quella visione della società fondata sul principio di sussidiarietà”. “L’identità – aggiunge – genera un ethos specifico di ogni professione, un’insieme cioè di attitudini spirituali che definiscono il ‘buon professionista’. E’ questo ethos che deve generare poi quelle norme di comportamento proprie dell’esercizio di ogni professione: sono i codici deontologici”. Infine, “l’esercizio di ogni professione ha una relazione stretta con il bene comune. E’ questa relazione che fonda la legittimità dell’intervento statuale per regolamentare l’esercizio della professione”