Un’intera appendice del documento è dedicata alla “shahada”, la professione di fede musulmana. “Negli ordinamenti giuridici dei Paesi islamici – spiega la nota – spesso l’autorizzazione civile alla celebrazione presuppone l’emissione della shahada da parte del contraente non musulmano”, ossia della “professione di fede musulmana. “Non di rado, per aggirare l’ostacolo, il cattolico in questione pronuncia o sottoscrive la shahada, pensando di compiere una mera formalità”, ma in realtà “non si tratta di un mero adempimento burocratico ma di un vero e proprio abbandono formale della fede cattolica”. Nel presentare ai delegati diocesani la nota, mons. Domenico Mogavero, sottosegretario della Cei, ha specificato che il documento era già stato pubblicato quest’anno nel mese di maggio. Da cosa nasce? Dal fatto ha detto che "si è intensificato in modo massiccio l’immigrazione musulmana nel nostro Paese". Qualche dato: secondo i dati riportati da uno studio di "Civiltà cattolica", in Italia un terzo degli immigrati (pari al 32,4%) è di religione musulmana. Nel 1992, su un totale di 321.348 matrimoni, i matrimoni misti erano stati 8.600 (di cui 2.266 religiosi e 6.298 civili). Nel ’97, il numero totale dei matrimoni diminuisce (277 mila, circa) ma aumenta il numero dei matrimoni misti che passano a 10.914. Dal ’92 al ’97, si passa pertanto dal 2,8% dei matrimoni misti al 3,9%. Secondo poi i dati Istat, nel 2005 i matrimoni misti sono stati oltre 19 mila. Le indicazioni della presidenza Cei il cui termina, ha specificato Mogavero, indica "un certo livello impegnativo ma non attinge al valore vincolante" – nascono da due considerazioni. La prima è che "si ha una scarsissima conoscenza del mondo musulmano e del diritto che regola il matrimonio musulmano". La seconda considerazione parte dal fatto che "in una materia così complessa non avere indicazioni rischia di determinare a livello delle diocesi una frammentazione di decisioni ed orientamenti" che può confondere le persone.