Nella parte della nota dedicata all’itinerario di verifica e di preparazione, si afferma che "non è prudente che la coppia si presenti al sacerdote nell’imminenza delle nozze o quando tutto è deciso" e che "il sacerdote che incontra la coppia abbia una certa conoscenza dell’islam, delle sue tradizioni, delle sue pratiche e della concezione islamica del matrimonio". A questo fine "si dovrebbe individuare in ogni vicariato o almeno a livello diocesano un sacerdote esperto". Si propongono anche una serie di domande da rivolgere ai fidanzati per verificare il grado di consapevolezza: "cosa sapete della religione dell’altro?"; "quale conoscenza avete dei vostri rispettivi Paesi?"; "quale educazione religiosa intendete dare ai figli?". La nota sottolinea inoltre che l’accompagnamento pastorale "non può limitarsi al periodo della preparazione al matrimonio, ma deve riguardare lo svolgersi della vita familiare, soprattutto in riferimento ai contrasti che potranno sorgere". A questo riguardo, la nota mette in guardia da un pericolo: qualora venga deciso dalla coppia "il trasferimento in un Paese islamico, la parte cattolica nella stragrande maggioranza dei casi, la donna dovrà probabilmente affrontare notevoli difficoltà (dinamiche di vita di coppia, educazione dei figli e autorità su di loro, rapporto con la famiglia del marito, soggezione al diritto di ripudio unilaterale da parte del marito, accettazione sociale della poligamia, ecc)". (segue)