” “
” “Da quel momento la vita di Sihem è diventata “invivibile”: una campagna diffamatoria sulla stampa “con fotomontaggi che mi facevano apparire come una prostituta”, chiusura forzata del giornale per cui lavorava, della casa editrice fondata successivamente, obbligo di domicilio coatto al marito che così non poteva più recarsi nella sua azienda agricola a 60 km da Tunisi, confisca del passaporto per 6 anni, atti di sabotaggio alla macchina, ingiurie e minacce, poliziotti che sorvegliavano continuativamente casa sua, perquisendo e confiscando gli averi personali di chi andava a trovarla. “La ribellione e la voglia di reagire mi hanno dato la forza e il coraggio per resistere”, ha affermato Sihem Ben Sedrine, che ha ricevuto numerosi premi internazionali dalle associazioni per la libertà di stampa. La situazione tunisina è diventata ancora più nota a livello internazionale con il recente Summit sulla società dell’informazione che le Nazioni Unite hanno organizzato a Tunisi dal 16 al 18 novembre. “Il comitato esecutivo del Summit censurava la documentazione dei partecipanti e se qualcuno criticava potevano anche togliergli l’accredito e l’immunità extraterritoriale – ha detto -. Le forze dell’ordine hanno impedito a Robert Ménard, presidente di Reporters sans frontieres, di scendere dall’aereo, perché ritenuto persona non gradita. Tanti siti web sono stati oscurati e ci hanno impedito di organizzare il controsummit previsto. Hanno perfino picchiato noi e rappresentanti di ong straniere”. “Il summit è stata una occasione perduta – ha concluso Sihem Ben Sedrin -. Però è servito a far sapere che la Tunisia non è il Paese felice che tutti credono, ma una grande prigione”.