La difficoltà di celebrare messe nelle stesse chiese dove, durante il genocidio rwandese del 1994, sono stati commessi degli orrori. La proposta di dare ai fedeli un ruolo attivo durante la preghiera eucaristica della messa, piuttosto che farli rimanere solo "in rispettoso silenzio". Le guerre finite da poco o ancora in corso in Paesi come la Liberia, l’Angola e il Congo e la difficile sfida della riconciliazione. Sono alcuni temi e voci degli africani che stamattina hanno preso la parola al Sinodo dei vescovi. Mons.Frèderic Rubwejanga, vescovo di Kibungo (Rwanda) ha ricordato il terribile genocidio del ’94 e l’appello che fece allora Giovanni Paolo II, mentre "la comunità internazionale esitava a parlare di genocidio per non dover intervenire". Il problema attuale, ha spiegato, è "celebrare ancora l’Eucarestia nelle chiese profanate" dai delitti e dagli orrori che vi sono stati commessi all’interno, con pareri contrari in proposito. "Con la dovuta delicatezza ha precisato mons. Rubwejanga abbiamo fatto capire ai fedeli che la celebrazione eucaristica, anziché rompere il lutto, lo sostiene e lo rischiara. Perché celebrando la morte dell’innocente Gesù si arriva al dramma degli innocenti che lì sono morti". Così "le celebrazioni oggi sono riprese progressivamente e sono diventate più importanti di prima". Dal Sudafrica arriva invece la proposta di "permettere ai fedeli di partecipare più attivamente" alla preghiera eucaristica, ha detto mons. Edward Gabriel Risi, vescovo di Keimoes-Upington, perché ci si rende conto che "pur essendo la parte più sacra della liturgia", spesso diviene "la meno attraente", "il prete viene lasciato solo e il laicato trasforma la sua partecipazione da attiva in passiva".