Il caso Welby, secondo mons. Sgreccia, è difficile da capire: "Non possiamo sapere ha osservato – se il paziente ha fatto richiesta (di interruzione delle cure, n.d.r.) perché rifiutava questo trattamento per lui insopportabile, e in qual caso la richiesta poteva essere moralmente lecita, oppure il paziente ne ha fatto richiesta per farne una battaglia politica e, quindi, per ottenere una legge che spiani la strada all’eutanasia". Insomma, "questo fatto di aver ‘politicizzato’ il paziente, di averlo messo nelle condizioni di agganciare la sua richiesta ad una campagna pro-eutanasia, ha reso impossibile sapere se la sua richiesta era fondata sul suo bene o sul bene del suo partito". Certamente, ha aggiunto mons. Sgreccia, "di fronte alle prese di posizioni ideologiche, è necessario stabilire dei criteri chiari sia per quanto riguarda l’accanimento terapeutico, sul quale in un primo tempo si era impostato tutta la discussione, sia per quanto riguarda il rifiuto delle cure. Devono essere dei percorsi non solo etici, ma anche giuridici, perché eticamente si deve sapere quando è lecito rifiutare le cure e quando è lecito per il medico accettare questo rifiuto". "Si deve poi sapere – ha concluso Sgreccia – da parte della legge cosa si deve fare quando il paziente rifiuta delle cure, anche in modo illecito e non motivato".