TSUNAMI: SCARSO RISPETTO DEI DIRITTI UMANI DURANTE LA RICOSTRUZIONE. LE RISPOSTE DELLA RETE INTERNAZIONALE CARITAS

Vedove che non hanno accesso agli aiuti perché solo gli uomini hanno autorità o responsabilità. Caste più basse escluse dagli approvvigionamenti perché sono state accaparrate dagli appartenenti alle caste più alte. Promesse dei governi non mantenute, tra cui la mancata distribuzione delle terre, gli indennizzi insufficienti, i trasferimenti forzati. Sono solo alcuni dei diritti umani non garantiti durante il lavoro di ricostruzione post-tsunami, denunciati di recente da un Rapporto delle Nazioni Unite. A questi problemi già noti a chi lavora sul campo la rete internazionale Caritas cerca di fare fronte "per smorzare una situazione che, in caso di crisi, diventa ancora più esplosiva". Se ne parlerà il 2 e 3 marzo a Roma, nella sede di Caritas internationalis, per il terzo incontro dei partners nell’intervento post-tsunami, che riunisce rappresentanti delle Caritas India, Indonesia, Sri Lanka e Thailandia. Secondo il Rapporto Onu "il 90% delle persone vivono ancora in alloggi inadeguati", una cifra altissima che equivale a 1,8 milioni di profughi sui 2,5 milioni colpiti dallo tsunami, che ha ucciso oltre 230.000 persone. Le discriminazioni segnalate dalle Nazioni Unite riguardano in particolare gruppi vulnerabili come donne, bambini, anziani, caste o etnie emarginate. La Confederazione Caritas ammette che "la ricostruzione è stata lenta" ma "date le circostanze, il lavoro svolto è davvero impressionante".