BIOETICA: I TEST GENETICI PRENATALI E IL RISCHIO DELL'”EUGENISMO”

I test genetici prenatali dovrebbero rientrare nell’"area generale della medicina predittiva", ma in realtà diventano molto spesso strumenti di "selezione" dell’embrione, magari per motivi di "pianificazione familiare" che nascondono vere e proprie "pratiche di eugenetica". Il grido di allarme è venuto oggi da Kevin Fitzgerald, professore associato di genetica alla Georgetown University di Washington, nel corso della conferenza stampa di presentazione del Congresso internazionale "L’embrione umano nella fase del reimpianto. Aspetti scientifici e considerazioni bioetiche", in programma il 27 e 28 febbraio in Vaticano, in occasione della XII Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita. Mettendo l’accento sull’"enfasi" attribuita oggi allo "screening" prenatale, il genetista ha fatto notare che i test "cercano soltanto di determinare quali embrioni hanno già difetti genetici indesiderabili, ma non si chiedono come prevenire tali difetti". Per di più, ha osservato Fitzgerald, l’uso di tali test serve alla "pianificazione familiare" che non serve a prevenire "né difetti, né malattie", ma è mossa soltanto "dal desiderio di avere un bambino o una bambina", quindi all’individuazione della presenza o meno del cromosoma "y". Di qui il recente allarme della Commissione di bioetica americana, che ha stigmatizzato come "la pratica dello screening prenatale si basa sul principio in base al quale i genitori possono scegliere le qualità dei loro figli, e selezionarle sulla base delle conoscenze genetiche". Da qui all’eugenismo il passo è breve.