"Ogni amore si manifesta in Cristo. Amare significa amare per primo" e "questo è quanto Cristo, per eccellenza, ha manifestato", ma "amare significa anche conoscere il bene soltanto facendolo, senza presupporre una rappresentazione che lo preceda”. E’ proprio amando che l’uomo “scopre se stesso”. Ne è convinto Jean-Luc Marion, figura tra le più autorevoli della filosofia francese contemporanea ed “erede” di Paul Ricoeur, di cui occupa la cattedra presso l’Università di Chicago, intervenuto oggi pomeriggio al colloquio filosofico teologico promosso fino a domani dall’Istituto Giovanni Paolo II (presso la Pontificia Università Lateranense). Spunto per l’incontro, su “L’amore tra filosofia e teologia”, l’ultima opera di Marion, "Le phénomène érotique’". Per Silvano Petrosino (Università Cattolica di Milano), occorre “mantenere insieme le varie espressioni della dimensione erotica”. In tale prospettiva “deve essere rifiutata, ma prima ancora interrogata, la separazione tra eros ed agape” per evitare di “stabilire una gerarchia, all’interno della quale la seconda sarebbe sempre il compimento o la perfezione del primo”. Approfondendo il tema del “fenomeno amoroso”, Carla Canullo (Università degli studi di Macerata), ne ha individuato tre caratteristiche: “il desiderio, l’eternità e la fedeltà”. “Senza desiderio di eternità – ha detto – l’amore non è”, così come “senza fedeltà”. Quest’ultima, secondo la relatrice, “è fedeltà a se stessi nella carne e nel volto che tale carne assume nell’amore per l’altro: fedeltà che Dio stesso ha condiviso” incarnandosi “per condividere con l’uomo tutto, ad eccezione del peccato e del tradimento”.