Mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia della vita e primo direttore del Centro di bioetica della Cattolica, ha ripercorso le tappe che lo hanno portato ad occuparsi di bioetica. Nelle lectio magistralis, il vescovo ha ricordato che, il “Manuale di bioetica per medici e biologi”, da lui scritto nel 1985, “ha caratterizzato in questi 20 anni la nostra comune attività, oso dire, la nostra scuola”. Per mons. Sgreccia è importante “rievocare l’impostazione filosofica entrata nel Manuale”: “Ebbi chiaro fin dall’inizio che il personalismo doveva connotarsi come ontologicamente fondato. La sorgente della persona è spirituale, perché il corpo vive in stretta unione con lo spirito, in forza dello stesso atto esistenziale che è unico. Il corpo è epifania, rivelazione e nascondimento dello spirito”. “Questa base metafisica – ha aggiunto il presule – mi apparve una visione valida soprattutto per medici che curano il corpo e interagiscono con la persona attraverso la corporeità”. Allora, infatti, “si parlava molto di umanizzazione della medicina, mettendo al centro il rapporto interpersonale medico-paziente”. (segue)” “