Il teologo ha poi ricordato come "la storia del nostro Paese sia in gran parte anche storia della fede, che di generazione in generazione veniva trasmessa in un contesto nel quale, pur senza negare la libertà dell’adesione, era quasi ovvio diventare cristiani". Quasi tutti ricevevano i sacramenti dell’iniziazione cristiana e "anche quanti ritenevano di non dover più vivere in forma esplicita l’appartenenza ecclesiale si preoccupavano di far introdurre i loro figli alla vita cristiana", perché "permaneva la coscienza di non poter privare le nuove generazioni di quanto si era ricevuto". Canobbio ha infine messo a fuoco un ulteriore rischio dell’epoca attuale: la contrapposizione a un "cristianesimo dottrinale" di "una forma di cristianesimo del sentimento", caratterizzato da "un relativismo dottrinale e una fluttuazione dell’adesione credente in base alle condizioni del sentire". Ma non si può prescindere dalla dottrina: "Senza la predicazione ha ribadito non si può conoscere Gesù Cristo", né si può ignorare "la dimensione ecclesiale della fede". Credere non è dunque questione di un momento, ma, ha concluso, "traguardo di un percorso".