"Ritornare al concreto, a quella vita reale che proprio il racconto meglio esprime nelle sue incompiutezze e nelle sue possibilità concrete". E’ questa la "sfida" che il "pensiero" e la "comunicazione della fede cristiana" deve raccogliere, se vuole "rendere ragione della propria ‘pretesa’ di salvezza universale in Gesù Cristo senza cadere in formule astratte o cedere a riduzioni ideologiche del messaggio biblico". Ne è convinto mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi, intervenuto oggi al Convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani, in corso ad Olbia (fino al 22 giugno) sul tema: "Il racconto della speranza". "Il cristiano che narra ha spiegato il relatore non si muove in terra straniera: si inserisce al contrario nella concreta prassi della fede, nella tradizione narrativa, viva e contagiosa, che dalle origini ad oggi ha trasmesso e attualizzato nel tempo la memoria evangelica". Il racconto, per Forte, è "storia aperta" che "rimanda a un prima, fatto di preparazione e di attesa, e dischiude a una sua continuazione nella vita di chi narra e di chi ascolta", unendo così "narratore e destinatario in una medesima esperienza di coinvolgimento e di trasformazione": proprio come il Vangelo, "racconto di una storia". Ai "comunicatori della fede", secondo mons. Forte, è richiesta dunque la "riscoperta della narratività", tramite un annuncio e una catechesi fondati prima di tutto sulla Parola di Dio: di qui l’attualità di esperienze come le "scuole della Parola", la "lectio divina" o i "laboratori della fede”.