"La fragilità psichica è oggi prevalentemente affrontata sotto un profilo clinico e medico, anche farmacologico, ed è oggetto di uno studio più scientifico-clinico che antropologico. In un orizzonte esclusivamente clinico e terapeutico, l’obiettivo fondamentale diventa unicamente la rimozione della sofferenza, come se essa fosse solo e sempre un nemico da espellere": lo ha detto questa mattina a Chianciano Terme, nell’ultima giornata di lavori del convegno CEI sul tema "Fragilità psichica e mentale: un grido silenzioso a cui rispondere come Chiesa e come società", don Maurizio Chiodi, docente di teologia morale nella Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale. Secondo Chiodi, "è evidente infatti che, laddove è possibile, è giusto curare la fragilità e il danno, con la terapia medica e psicologica". Tuttavia, ad avviso del teologo, "la fragilità psichica è propriamente la fragilità dell’anima (psyché) e cioè della libertà. Perciò, chi è psichicamente fragile non soffre solo interiormente, bensì proprio nel suo corpo e dunque nelle sue relazioni". "Paradossalmente, dunque, la fragilità psichica, che riguarda l’anima – ha aggiunto – è una difficoltà e un deficit legato al corpo vissuto, che è la forma delle nostre relazioni e della nostra partecipazione al mondo-della-vita-comune". (segue)