"Dobbiamo uscire da quel circolo vizioso per cui si lavora per consumare e si consuma per lavorare. Le persone hanno bisogno di altro, avvertono una sete enorme di relazioni. Ecco perché il problema del lavoro festivo diventa una scommessa di civiltà che deve coinvolgere tutti, non solo i cristiani". L’invito di mons. Paolo Tarchi, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, arriva dal congresso nazionale di Cisl-Fisascat, il gruppo sindacale per la tutela dei lavoratori del commercio, del turismo e dei servizi, in occasione della tavola rotonda "Tempi di vita, tempi di lavoro, tempi delle città. Città e domeniche da vivere", in corso oggi a Rimini. Riferendosi alla battaglia portata avanti dai sindacati per la liberazione del lavoro festivo, mons. Tarchi ha sottolineato come questa vada oltre le esigenze puramente religiose: "Il lavoro deve recuperare la centralità della persona che, oggi come oggi, non può vivere solo di lavoro". E, riprendendo il pensiero dell’economista riminese Stefano Zamagni secondo cui "esiste una soglia oltre la quale i beni di consumo non sono più capaci di dare felicità", ha aggiunto che "oggi se c’è un deficit, questo è un deficit di relazione. La famiglia è una risorsa non negoziabile al di là delle differenze religiose e sociali". Da qui la necessità di rivedere le deroghe, previste dalla normativa nazionale, per l’apertura del commercio nei giorni festivi: "È un obiettivo – ha concluso mons. Tarchi – che deve coinvolgerci tutti".