La Commissione episcopale evidenzia, in particolare, i rischi di “un atteggiamento prometeico dell’uomo”, che porta “larghi settori della scienza e della medicina a ignorare i limiti inerenti alla condizione umana, contribuendo a coltivare l’immagine di un uomo padrone assoluto dell’esistenza, arbitro insindacabile di sé, delle sue scelte e delle sue decisioni”. Due sintomi di questa concezione sono “da un lato l’accanimento terapeutico e dall’altro l’eutanasia”, perché “con l’accanimento terapeutico l’uomo usa tutti i mezzi per posticipare la morte, mentre con l’eutanasia l’uomo si arroga il diritto di anticipare e determinare la morte”. La Nota rileva inoltre che il “dramma costituito dallo scontro tra un progresso tecnico senza fine e l’ineluttabilità della morte”, suscita “nevrosi e disagio esistenziale e influisce negativamente sulla ricerca del senso della vita e sull’elaborazione di una scala di valori rispettosa della persona e della natura”. Ai vescovi non sfugge nemmeno l’attuale passaggio da una “medicina dei bisogni” ad una “medicina dei desideri”: “Se fino a ieri l’obiettivo prioritario della medicina era quello di far vivere, oggi essa si pone anche quello di far vivere bene”. Ossia “non è più sufficiente non ammalarsi e guarire, ma è necessario tendere verso una pienezza in cui siano soddisfatti non solo i bisogni primari ma anche quelli subordinati, sconfinando impercettibilmente nel dominio del desiderio”. Questa tendenza, “se da un lato è positiva, esprimendo la nostalgia di una vita buona, dall’altro non è priva di esiti potenzialmente problematici”, tra i quali “la tendenza a rimuovere gli aspetti faticosi dell’esistenza” quali la sofferenza, la vecchiaia, la morte e la disabilità. (segue)