"Morti così violente come quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quasi forme di martirio laico hanno seminato nella coscienza civile un nuovo modo di guardare alla mafia in Sicilia". È il pensiero di Paola Ricci Sindoni, docente di Filosofia morale all’Università di Messina. Prima degli attentati in cui persero la vita i due magistrati (oggi ricorre il 14° anniversario della morte di Borsellino), "l’elemento destruente era questa sorta di rassegnazione che paralizzava la società civile e costituiva un retroterra culturale che permetteva a un manipolo di criminali di agire indisturbato". In questi quattordici anni "si sono registrate importanti azioni da parte della polizia che hanno decapitato in parte la cupola dei boss mafiosi", ma per Ricci Sindoni "altrettanto importante è stato il risveglio della società civile dal letargo dell’indifferenza e della paura, risveglio legato proprio a queste morti: prima, infatti, non era assolutamente pensabile parlare di cultura della legalità nelle scuole o all’Università". D’altro canto, osserva Ricci Sindoni, "a parte alcune vittime eccellenti, la maggior parte dei delitti di mafia avveniva all’interno dell’organizzazione stessa, non avendo il potere sconvolgente sull’opinione pubblica dell’efferato omicidio di Borsellino, un uomo che ha fatto sempre il suo dovere con un alto senso dello Stato, ma lontano dai riflettori". Oggi, conclude Ricci Sindoni, "occorre potenziare la cultura della legalità lavorando sul territorio".