TERRA SANTA E IRAQ: NOTA SETTIMANALE

Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana

Basta poco per trasformare un precario statu quo in confronto armato, in uno stato di guerra aperta anche se non dichiarata. Ancora una volta la situazione in Terrasanta sembra appesa ad un filo. Ancora una volta in Iraq attentati e violenze sono sul punto di trasformarsi in una vera e propria guerra civile interetnica. Di qui l’ennesimo appello del Papa, che denuncia la "cieca violenza che fa stragi atroci e la minaccia dell’aggravamento della crisi fattasi da qualche giorno ancor più drammatica". E contemporaneamente da voce alla sostanza del problema, al "bisogno di giustizia, di serio e credibile impegno di pace". Parlando all’Angelus realisticamente tien conto anche di una situazione diplomatica che sembra usurarsi: nota accoratamente che segnali per un serio e credibile impegno da parte di tutti gli interlocutori, purtroppo, ancora non si vedono. E’ evidente che, per quanto riguarda la Terrasanta, oggi più che mai l’iniziativa e la responsabilità della scelta sono in Palestina. La nuova leadership di Hamas, che controlla il governo, deve arrivare a prendere posizione: i nodi sono ormai tutti al pettine e devono essere sciolti. D’altro canto un filo rosso sottile, ma evidente e fortissimo, attraverso la Siria, riporta in Iraq, dove la partita è se possibile ancora più delicata, tenuto conto anche della questione nucleare dell’Iran, un Paese che non può non ambire a giocare nell’area il ruolo che la geografia tradizionalmente gli assegna. Proprio il linkage, il legame che la geopolitica suggerisce tra i dossier mediorientali, se genera preoccupazione ed inquietudine, impone di non riporre le speranze. Sempre più emerge un dato incontrovertibile: i popoli e le religioni, ebrei, e musulmani di diverse denominazioni, ma anche i cristiani, che eroicamente resistono alle spinte all’emigrazione, non possono che vivere insieme. Ecco il motivo per cui, pur accorato, l’appello del Papa è ancora una volta pieno di fiducia e la preghiera non è un chiusa fideistica, ma la sintesi di una constatazione che viene dalla storia e dalla realtà sociale e politica. "Per questo – conclude Benedetto XVI – invito tutti a unirsi in una preghiera fiduciosa e perseverante: il Signore illumini i cuori e nessuno si sottragga al dovere di costruire una convivenza pacifica, nel riconoscimento che ogni uomo, a qualsiasi popolo appartenga, è fratello". Perché tuttavia questo appello diventi più di un auspicio, possa farsi realtà storica, occorre molto lavorare , le responsabilità della comunità internazionale sono grandi: implica infatti una presa in considerazione dei fattori culturali, religiosi, spirituali, identitari, oggi sempre più rilevanti, che tuttavia le cancellerie sembrano poco inclini a considerare in tutta la loro potata. Con il rischio di ritrovarsi spiazzate nei passaggi decisivi.