Pubblichiamo la nota SIR di questa settimana
L’insediamento del governo del nuovo premier Nuri al-Maliki riapre in Iraq il lungo dopoguerra. Può rappresentare un nuovo inizio nel senso che permette di cominciare a pensare ad una exit-strategy. Il nuovo governo italiano ha confermato e con tutta probabilità accelererà, ma senza forzature alla Zapatero, la decisione di ritirare le truppe entro l’anno, per trasformare eventualmente la presenza tricolore in una missione di pace. Di un calendario di ritiro si comincia a parlare per le truppe inglesi e di un calendario per il ridimensionamento per quelle americane. Il processo di formazione del nuovo governo è stato lungo, travagliato, ancora di fatto non completo, costellato da una tragica scia di violenze, che hanno coinvolto tragicamente anche il contingente italiano. I soldati italiani hanno nuovamente versato un pesante contributo di sangue. Le varie componenti che alimentano il terrorismo hanno probabilmente tentato in particolare nelle ultime settimane un’estrema forzatura. Ma il risultato dimostra che forse le cose si stanno muovendo e nello stesso tempo rilanciano la grande ed ancora irrisolta questione che si trascina dalla fine del confronto militare e ha causato decine e decine di migliaia di vittime civili e migliaia di caduti tra il contingente alleato: la questione della politica, sull’assetto istituzionale del Paese e sull’assetto geo-politico dell’intera regione. E’ uno dei temi dell’ultimo scorcio della presidenza Bush, ormai al passaggio delle elezioni di medio-termine.
Che tutto si tenga, nella tormentata e cruciale regione che va da Gaza ai confini del Pakistan, dimostra anche la recrudescenza della guerriglia in Afghanistan e la complessa, aggrovigliata questione del nucleare iraniano.
Ritorna così la questione della democrazia, che certo non può essere risolta con gli slogan, ma che non può neppure essere sbrigativamente accantonata in nome delle ragioni geo-politiche, ideologiche e militari. La questione della pace non può essere disgiunta con quella della democrazia, da affrontare certo in modi intelligibili nei diversi contesti.
Su questo tema strategico è tornato il papa nei giorni scorsi, rivolgendosi alla Fondazione Centesimus Annus. La democrazia, ha ribadito Giovanni Paolo II, raggiungerà la sua piena attuazione solo quando ogni persona ed ogni popolo sarà in grado di accedere ai beni primari (vita, cibo, acqua, salute, istruzione, lavoro, certezza dei diritti) attraverso un ordinamento delle relazioni interne e internazionali che assicuri a ciascuno la possibilità di parteciparvi. "Non si potrà dare, peraltro, vera giustizia sociale se non in un’ottica di genuina solidarietà, che impegni a vivere e ad operare sempre gli uni per gli altri, e mai gli uni contro o a danno degli altri".