Una presenza cristiana nei Paesi musulmani caratterizzata sempre più "dalla precarietà del vivere insieme", ma con situazioni diverse di maggiore apertura o restrizioni: a tracciarne una panoramica molto dettagliata è stato oggi padre Maurice Borrmans, già docente al Pisai (Pontificio istituto di studi arabi e islamici di Roma), intervenendo alla Sessione plenaria del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, in corso a Roma fino al 17 maggio. Padre Borrmans ha notato che “gli scontri tra ebrei e palestinesi in Terra Santa, gli avvenimenti che hanno seguito di attentati terroristici di New York, Madrid e Londra, gli interventi militari in Afghanistan e in Iraq, hanno reso più precaria che mai la possibilità di ‘vivere insieme'”. A rischio sono “sempre le minoranze”, che possono diventare “capri espiatori” in seguito a “facili generalizzazioni” e a “vecchi pregiudizi, a sogni di crociate o di jihad”. Tra i fondamentalisti islamici, ha osservato padre Borrmans, “è grande il rischio di considerare l’Arabia Saudita come il modello perfetto di una società musulmana in cui tutto è regolamentato dal Corano, la Sunna e il Fiqh nella loro interpretazione più rigorosa”. Qui “è vietato ogni culto che non sia musulmano”, mentre si contano circa 1.200.000 cattolici (su 20 milioni di abitanti) che vivono la loro fede all’interno di “una pastorale clandestina non priva di rischi e pericoli”. (segue)” ”