” ” Gli ebrei “hanno cercato aiuto ovunque, ma hanno trovato un silenzio assordante, doloroso quanto la crudeltà dei carnefici” ed io “ho cercato soltanto di rompere” questo silenzio. “Non ho scelto di combattere questa battaglia. Ma, adesso sono onorata di averla combattuta”. Così Deborah Esther Lipstadt, direttrice dell’Istituto di studi giudaici “Rabbi Donald A. Tam” dell’Università Usa di Emore, ha concluso la conferenza tenuta ieri sera a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana su “Olocausto: memoria e documenti. Un modo per conoscere e comprendere cosa è accaduto”. La studiosa, nota per avere promosso l’azione legale contro David Irving che espresse pubblicamente l’opinione che l’olocausto fosse “una leggenda”, ha ripercorso la vicenda giuridica che l’ha eletta protagonista nella difesa della verità storica e, quindi, di tutte le vittime dell’Olocausto. La “verità” dei lager, “non può essere espressa a parole”, ha detto, né può essere compresa fino in fondo, “ma vale la pena di indagarla e ricordare”. Le prove non mancano: testimonianze dirette, diari, verbali, studi. Benché i nazisti abbiano tentato di eliminarne ogni traccia, anche umana, “è il genocidio più documentato della storia”. “Ma questo – ha concluso Lipstadt – non è stato l’unico ostacolo all’evidenza storica della Shoah. Ce n’è uno ancora più grande: la resistenza che abbiamo ad ammettere che sia potuto avvenire un crimine così efferato e che sia potuto accadere in un paese civile come la Germania”.” “