“Ci sono tante barriere da superare, ogni giorno: quelle architettoniche, ma anche quelle nella mentalità di tanta gente. Poco male, io credo che si debba procedere con coraggio. Così ho cominciato con lo sledge hockey”: a raccontarsi al SIR, è Fabrizio Cozzi, 40 anni il prossimo settembre, portiere della nazionale di sledge hockey (hockey su slittino) che parteciperà alle Paraolimpiadi di Torino (10-19 marzo) sognando, “naturalmente, il podio”. Affetto da paraplegia vertebromidollare a causa di un incidente in montagna che gli ha lesionato la colonna, Cozzi è costretto dal 1983 su una carrozzina: “I problemi non mancano – ammette -, ma certo non ci si può chiudere in se stessi. La vita va vissuta pienamente”. Lo sledge hockey, spiega, “è una disciplina dura e non è semplice trovare il tempo e l’energia per gli allenamenti, per i tornei. Ho comunque una certezza: lo sport fa bene ai normodotati, figuriamoci ai disabili”. Di fronte alle barriere architettoniche e al “menefreghismo” di alcune “persone normodotate”, Cozzi si dice “contrario al vittimismo”. “Mi batto – afferma – perché ogni sorta di ostacolo, fisico o psicologico, sia rimosso”. Di qui il desiderio, al termine dei Giochi paralimpici di “andare nelle scuole, per parlare agli studenti di questo sport e di tutto ciò che gli sta attorno. Coi giovani – conclude – si guarda avanti”.