In un contesto culturale in cui ci si sente estraniati bisogna, a suo avviso, “assumere la percezione dell’essere stranieri non come esito di un’espropriazione di identità, ma come frutto di un’identità riscoperta in forma più pura e più profondamente nostra”. Alla comunità cristiana è richiesto di vivere "l’essenziale”, ossia la Parola di Dio, la liturgia, la comunione, per “proiettare la comunità cristiana oltre se stessa”. “Una Chiesa che spera – ha sottolineato – è libera, aperta, coraggiosa, capace di affrontare ogni difficoltà: non senza sofferenza, ma con l’audacia che le viene dal suo sguardo oltre il tempo”. Fondamentale la presenza e l’operato dei laici, per portare il Vangelo “nei luoghi della vita”. Alla comunità cristiana i laici chiedono che sia valorizzata la loro esperienza spirituale nella vita quotidiana, e “non solo quando ci impegniamo come catechisti, o animatori, o operatori della pastorale”. Le strade da percorrere sono quelle della “corresponsabilità e del dialogo intraecclesiale”, e “dei cammini formativi non strumentali o finalizzati a cose da fare”. “La sofferenza delle comunità cristiane di oggi assomiglia ai dolori del parto”, ha concluso Bignardi, e si sa che "come per la donna, il dolore del dare alla luce si dimentica subito".