La crisi dello Zimbabwe (la peggiore dai tempi della sua indipendenza, avvenuta nel 1965, e legata a varie cause, tra cui il regime autocratico del presidente Robert Mugabe, la carestia, la diffusione dell’aids) "ci dice che dobbiamo avere dello sviluppo una visione più realistica e quindi più complessa e profonda. Lo diciamo in questo anno di commemorazione della Populorum Progressio, che dovrebbe indurci, tra l’altro, a riconsiderare alla luce di quella enciclica di Paolo VI il problema dello sviluppo nella sua globalità". Lo afferma Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Card. Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. Per Fontana, "le visioni secondo le quali il mancato sviluppo si spiega solo con lo sfruttamento dei paesi occidentali, oppure quelle che lo fanno dipendere solo da cause materiali ed economiche mostrano la loro insufficienza". Nello Zimbabwe, per esempio, spiega Fontana, "hanno avuto un ruolo importantissimo gli odi tribali ed etnici. L’incuria per il benessere del Paese si accompagna all’arricchimento delle élite legate al partito al potere. La corruzione e la speculazione sulla pelle del popolo sono ampiamente diffuse tra i dirigenti governativi. La violenza verbale e, soprattutto fisica, è adoperata come strumento di governo". (segue)