ITALIA E ITALIANI: NOTA SIR

Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. L’ultimo in ordine di tempo è stato il "New York Times", tra l’altro onorato di una visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del suo recente viaggio negli Stati Uniti. L’idea è quella dell’Italia come un Paese triste e depresso, che rischia di fare, duecento anni dopo, la stessa fine della Repubblica di Venezia, stritolata dalla competizione internazionale. Poche settimane prima il Censis nel suo annuale rapporto non aveva espresso concetti troppo diversi, constatando che le minoranze più attive e più sintonizzate con il futuro non riescono a svolgere una funzione di trascinamento. Il problema però non è essenzialmente economico: la percezione del presente e del futuro sembrerebbe infatti oggi in Italia ancor più negativa della realtà, che pure non è particolarmente brillante. Certo l’Italia (e gli italiani) resta un paese ricco di contraddizioni, che anzi tradizionalmente ha fatto e fa delle sue contraddizioni una risorsa preziosa e imprevedibile. Tanto più è sotto pressione, tanto meglio reagisce. Ma oggi questo facile schema non regge più. Non basta oggi un generico appello al "genio" italico per superare una situazione di disillusioni e frustrazioni, di stallo e di noia, di aspettative decrescenti e di diffusa precarizzazione, che si protrae ormai da diverso tempo. Come innescare un processo virtuoso di "investimento", come dare un senso alla parola "futuro", Tanto più che la "società civile" non è meglio delle istituzioni, a proposito delle quali cresce la sfiducia. Questo è il punto. Non ci fidiamo: degli altri, ma forse fino in fondo neppure di noi stessi. Il punto di partenza è dunque recuperare fiducia, per recuperare prospettive di investimento e dunque di futuro. Questo vale per l’economia. La fiducia infatti è un elementare meccanismo e propulsore economico, ma vale anche per quella cosa impalpabile e fondamentale che è lo spirito pubblico, senza il quale una comunità, una nazione, uno stato, un sistema politico, non sta insieme, si frantuma, in una parola decade. Anche perché la società civile non pare stare meglio di quella politica. Allora diventa necessario mettersi al lavoro. Innescare un processo di smontaggio e di montaggio, fare circolare speranza, costruire sulla solidità dei valori morali e degli abiti virtuosi, come ha mostrato il Papa nella sua recentissima enciclica. Aveva detto il card. Bagnasco: ‘l’Italia merita un amore più grande". Per questo bisogna essere esigenti, proprio sui fondamenti. Senza moralismo, dobbiamo convenire che il problema non è economico o sociologico. Il problema è etico, attiene le regole, i valori, i punti di riferimento. Senza questi non c’è fiducia, non c’è investimento, non c’è futuro. Prevale la mediocrità, la bassa qualità, la dissipazione e dunque alla fine l’insoddisfazione. Su questo si stanno spendendo i cattolici italiani, con semplicità, con determinazione, con serenità