(dall’inviata Patrizia Caiffa) – "Quando è arrivato il ciclone abbiamo avuto una paura terribile: eravamo convinti che arrivasse anche la morte. Ci siamo rifugiati sotto i letti e abbiamo pregato Dio tutta la notte". Dodici ore è durata la furia del ciclone Sidr, che alle 18.30 del 15 novembre scorso ha spazzato via, con raffiche di vento a 220/240 km orari e un seguito di pioggia e onde di mare, tutto ciò che trovava sul suo percorso: uomini, case, animali, alberi. Tutto questo lungo le coste del Bangladesh, con l’epicentro a sud-ovest e in diagonale verso nord-est. A raccontare quella notte terribile è Abu Hani Si Kadr, 47 anni, uno degli sfollati che vive insieme ad altre 25 famiglie nel villaggio di Shakrail, nel sottodistretto di Uzirpur, lungo il fiume Chanda. Sfollati tre volte: il ciclone è stata solo l’ultima, la prima è avvenuta in maggio per l’erosione delle coste del fiume, la seconda per le alluvioni monsoniche dell’estate scorsa. Nel suo distretto sono morte 11 persone, di cui 3 bambini, un centinaio i feriti. "Abbiamo perso tutto, siamo rimasti senza terra e senza lavoro", racconta Abu, circondato dal resto della comunità, che discute animatamente con lui su ogni singola risposta da dare. Mentre un formicare di bambini sguscia negli angoli più inaspettati, tra le gambe magre degli adulti e il lento andare dei vecchi, volti scolpiti da miseria e fatiche. (segue)