DIRITTO ALLA VITA: GORMALLY (INGHILTERRA), NESSUNA "COLLABORAZIONE" DEI MEDICI A FORME DI "SUICIDIO ASSISTITO"

I medici, o il personale medico, che fanno "obiezione di coscienza", rifiutando ad esempio trattamenti che di fatto danno luogo ad un “suicidio” assistito, hanno oggi "strettissimo spazio di manovra". La denuncia è venuta da Luke Gormally, docente di bioetica a Londra, tra i relatori del congresso internazionale su "La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita". Riferendosi al testamento biologico e all’eutanasia, Gormally – in un testo letto da un suo collaboratore – ha osservato che per un medico "staccare la spina", sospendendo l’alimentazione e l’idratazione per andare incontro alle direttive anticipate di un paziente, sarebbe "una cooperazione materiale al suicidio", da rifiutare così come qualunque "cooperazione formale" ad esso. Gormally ha elencato, tra l’altro, una serie di motivi contrari a questi due tipi di "cooperazione al male", come la "gravità di ciò che il paziente chiede di compiere" e lo "scandalo dato ad altri da politiche di acquiescenza". Di qui la necessità, soprattutto per i medici cattolici, di "giudizi di coscienza", che tengano conto "delle aspettative dei pazienti, dei colleghi, delle istituzioni e della legge". "In alcune situazioni – ha concluso il relatore – tali rifiuti possono non essere onerosi, ma in altre l’obiezione di coscienza può comportare che si paghi di persona. In ogni caso non può essere evitata".