Una "strumentalizzazione immorale, soprattutto delle donne più povere, che pur di guadagnare qualcosa sarebbero indotte a vendere la propria salute". Così Maria Luisa Di Pietro, docente di Bioetica all’Università cattolica di Roma e presidente dell’associazione "Scienza & vita", definisce la decisione dell’Autorità governativa britannica per la fertilità umana e l’embriologia, che secondo quanto anticipato dal quotidiano inglese "The Guardian" starebbe per dare il "via libera" alla donazione di ovuli femminili, a pagamento. In primo luogo, spiega l’esperta, la decisione britannica sarebbe "una commercializzazione di parti del corpo umano", vietata a livello internazionale dalla Convenzione di Oviedo. In secondo luogo, la donazione di ovuli "non viene fatta per avere la cellula uovo, ma per ottenere embrioni e ricavare cellule staminali, legittimando così un tipo di ricerca che, a parte le obiezioni etiche, dal punto di vista tecnico ha prodotto finora pochi risultati e rischiosi". I rischi legati all’ iperstimolazione ovarica, spiega infatti Di Pietro, "possono arrivare anche a provocare la morte, e non a scopi terapeutici, come nel caso dell’insufficienza ovarica, ma per uno scopo che non ha niente a che fare con la salute della donna, vista l’assenza di patologie".