Tra le altre spiegazioni di questa "omologazione laicista" Cozzoli annovera "la convinzione dell’irrilevanza pubblica della fede e della sua professione, la sua riduzione a credenza privata. Così che fedeli, religiosi, preti e vescovi non debbono fuoriuscire dallo spazio del culto e di una catechesi intraecclesiale" e "l’incapacità a cogliere la rilevanza morale delle questioni sul campo; il loro appiattimento a dati indifferenti che non obbligano a niente, offerti alla libera scelta degli individui". Il teologo parla anche di "deriva emotivistica del bene e del diritto, così da svuotarli di contenuti oggettivi di verità e di valore e farne dei desideri e delle preferenze soggettive" e dell’"indisponibilità ad entrare nel merito delle questioni, nella loro struttura logica e valoriale, per liquidarle sul piano ideologico e politico dominante". "La Chiesa ricorda Cozzoli – ha una duplice consapevolezza: il suo essere maestra di verità, non solo della fede ma anche della morale, e la rilevanza operativa e pubblica della fede che professa, per cui non può farne una credenza astratta e privata. Di qui la sua sensibilità e premura per questioni eticamente rilevanti. Sensibilità e premure non solo sul piano delle coscienze ma anche delle codificazioni legali. Perché non è insignificante che un parlamento legiferi in maniera conforme o difforme ai beni morali in gioco". (segue)